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Nacque immenso l’amore,
come aurora che incendia le vette del cuore,
con palpito d’oro e respiro di mare,
con promesse più vaste del cielo d’estate.
Ma appena nato già giaceva ferito,
fiore reciso da mano tremante,
da un uomo gravato di colpe e di notti,
che fece del suo stesso errore un destino.
Egli errò, sì, come errano i re senza trono,
ubriachi di sé e della propria rovina,
confuse l’abisso con il nome del bene,
e tradì ciò che amava nel momento più puro.
Non vi fu perdono, né voce che osasse
lavare il suo nome dal sangue del sogno.
L’amore, gigante, cadde senza un grido,
e il mondo rimase più povero e muto.
Ora l’uomo cammina tra ombre fedeli,
inermi compagne del suo eterno esilio,
porta nel petto il peso del “se” e del “mai”,
e una colpa che il tempo non vuole consumare.
Condannato a restare, ma senza dimora,
si perde nel vasto deserto del sé:
la solitudine è il regno che ha scelto,
la solitudine il suo ultimo amore.